martedì 11 settembre 2012

Impasto umano

Essendo ogni vita un impasto d’esperienza ed emotività, non tutti siamo amalgamati degli stessi ingredienti, né per dose né per quantità. Di queste miscele esistenziali ci sono tante varianti quanti sono gli esseri umani esistenti, esistiti ed esistibili. Così tante che a confronto i miliardi di combinazioni possibili del genoma, sono davvero poche e prevedibili.
Alcuni ingredienti sono però basilari, per un impasto che possa dirsi tale. Farina, olio, lievito, acqua potremmo abbinarli a realizzazioni personali, amicizie, amore, esperienze belle, brutte, noiose, rumorose o silenziose.
La farina potrebbe essere la base costruttiva, la quantità variabile di ogni momento relazionale, con amici od estranei. Non mi attira la farina bianca, raffinata e già selezionata da altri. La uso il minimo indispensabile per poter impastare senza incollarmi le mani. Un po’ come un pizzico di ipocrisia per sopravvivere alle formalità di ogni giorno. A me piace tanto impastare con farina integrale, perché delle esperienze e delle persone cerco di non buttare mai via niente, cerco di trattenere tutto, mangio tutto. Ho lo stomaco forte, poi, una volta digerito stipo i bei ricordi da una parte e pure quelli brutti in un altro angolino. Se proprio qualcosa è ripugnante, sono sempre in tempo a evacuare, ma solo dopo averla masticata, sperimentata.
L’olio è forse quella sfumatura della personalità e del carattere che permette di convivere meglio o peggio a parità d’impasto con analoghe vicende, con impatto fluido e scorrevole anziché scorbutico e abrasivo. Olio extravergine d’umorismo e autoironia se possibile.
Il lievito potrebbe essere la virtù della pazienza e della sensibilità d’animo, che permette di essere accoglienti e dare un senso, facendola lievitare, a tanta farina umana d’altri. Solo una lievitazione tiepida e paziente permette di estrarre il massimo da ogni esperienza, da ogni farina.
Boh, quando impasto la mia pagnotta vado a occhio, quindi qua sto andando a braccio, improvviso un poco. Ciascuno si sbizzarrisca come preferisce con le similitudini, magari aggiungendo spezie o semini, andando per tentativi e fallimenti, che è il bello dell'impastarsi.
A me ad esempio piace impreziosire con semi di sesamo, captcha e girasole, con bazzecole secondarie, tentativi creativi, distrazioni, gesti a pioggia o a zig zag, insomma una spruzzatina di sorpresa divertita. 
Però, per me, di tutti gli ingredienti, solo il dolore è quello che può davvero dare nerbo all’impasto.
In questa particolare pagnotta umana che mi sto divertendo a improvvisare, l’acqua è fatta di lacrime. Il dolore forgia, esercita e dà un senso a quella capacità di sentire, di porsi in ascolto, indispensabile per entrare in impasto con gli altri e con noi stessi. Sensibilità e virtù, senza sofferenza, servono a poco: anche il cubetto di lievito ha bisogno dell’acqua per sciogliersi.
Sono per me le lacrime a tenerci insieme, a renderci impastabili, a volte anche vicendevolmente.
Senz’acqua ogni farina finisce con l’infastidire, inzaccherare, soffocare addirittura, riducendo la vita a qualcosa di immangiabile. In un impasto senza lacrime ogni esperienza rimane polvere che non fa presa, una passata di scopa su un pavimento lindo, senza ricordi.
Senza lacrime non c’è impasto che tenga, è forse la tristezza l’ingrediente di maggiore amalgama con gli altri. E pure con noi stessi. Le risate, tutt'al più, sono una spolverata di semi di papavero: restano in superficie a lusingare la vista, ma se provi ad assaporarli non sanno di un cazzo (mi dicono a pagnotto ormai sfornato che facciano bene, ok, fanno bene, aggiudicato, ma per me continuano a non sapere di nulla).
Non devono nemmeno essere troppe le lacrime. Se mancano siamo individui aridi e stantii, se diventiamo piagnucolosi va in malora tutto l’impasto, non sta insieme più niente. Diventiamo impiastri viscidi e sgradevoli, poco credibili e niente affatto edibili, indigesti pure a noi stessi.
Anche per questo nella mia pagnotta quello che non metto mai è il sale. Mi piace sentire i sapori semplici, gli umori al naturale, senza forzature, senza esaltatori di sapidità e pathos. Senza aggiungere melodramma al dramma.
Non occorre esagerare. Le lacrime sono già salate di loro.

K.

19 commenti:

  1. E' il miglior post che abbia letto negli ultimi mesi. Senza sale ma per nulla scipido, adoro!

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  2. Avrei da dire, forse. Ci penso e torno

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    1. Giovà anche io avrei da dire...ognuno impasta a modo suo, sarà bello leggere i tuoi ingredienti :)

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    2. Anch'io avrei da dire, che come pagnotto non vengo mai bene come ricetta vorrebbe. :)
      Quella che finisce in forno invece, di pagnotta, quella non la canno una volta che fosse una. Superba!

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    3. Ma sai che palle se venissimo tutti su belli belli come ricetta vorrebbe?

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  3. Ma porca pagnotta, lo sai che hai scritto una cosa magnifica? Mi accodo a Lillina, il post migliore da mesi in qua, il più originale. E non c'è niente da ridere.

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    1. Tolte le risate di superficie, effettivamente potrei provare a ritoccare la ricetta. Magari qualche goccia di olio piccante a base di sani sorrisi e rare sincere risate, non ci starebbe male.

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  4. Post molto bello, K, concordo con Lillina e Melusina. Per quanto, a me piace anche la ciuciulena.

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    1. @Speaker qui da me si chiama giurgiulena a Natale se ne ricavano dei magnifici torroncini (a me non piace molto troppo dolce)

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    2. Capito, vado a cercare il significato di questi termini boscimani.

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  5. Cavolo che post! Ma manco se mi sforzo un giorno intero riesco a creare una cosa così! Bravo K!!! :D

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    1. Eddai, esagerata! Anche a lasciarla lievitare per due ore di fila, tra preparazione e cottura in mezza giornata la tua "pagnotta emozionale alle melinde" riesci a prepararla secondo me.
      (le coincidenze: proprio mezzora fa ho notato sul tuo blog che hai cambiato avatar; sono combattuto tra la nostalgia del precedente e l'eleganza di questo; mi sa che passerò la notte a pensarci)

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    2. Alla fine che hai deciso? :D

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    3. Alle quattro del mattino, mentre al buio fissavo il soffitto che non vedevo, ho avuto un'illuminazione allucinata da palpebra pesante e sbarrata.
      Se tu hai deciso che ora è tempo di avere questo avatar, io devo accettarlo così com'è, perché anch'esso è parte di Melinda. Come ogni esperienza di pagnotta umana, non è che uno possa mangiarsi la polpa e lasciare indietro il torsolo. Che poi tra l'altro io le mele le mangio sempre a morsi e alla fine pappo pure il torsolo. Non solo perché penso che si debba accettare tutto integralmente di ciò che offre una mela, ma anche perché mi piace troppo la sensazione di sembrare un visitor agli occhi di chi mi guarda, mentre tengo il topino per la coda-picciolo nel mentre di papparmelo in un sol boccone.
      Vabbeh, insomma, ora Melinda è questa mela d'umore qua. Ormai, avrai capito, sono affezionato a questa faccina qua, l'importante è che sorrida :o) E poi è molto raffinato come disegno (non che quella precedente non possedesse una sua fumettistica bellezza). Oh Gesù, che dilemma! D'altronde stare al morso del presente è un buon antidoto contro il ri-morso. Lasciamo al cofanetto del rimpianto la Melinda giallo golden: ella fu dato il mortal morso, ecc. Ora è il tempo di nuove mele e nuove lune!
      zzzzz... occorre urgentemente dose di pisolo!

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    4. Ahahahahha, sei tremendo! :*
      Comunque il primo era by me, questo è un regalino di un amico grafico...non potevo rifiutare :D
      La Melinda è un po' cambiata ultimamente, quindi ci sta bene anche questo cambio avatar!

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    5. Confermo: la precedente era molto naif e simpaticamente spontanea; questa del resto è molto elegante, sia per estetica che per delicatezza espressiva.
      Ti sei diversamente impreziosita, non dovevi rifiutare assolutamente! :)
      Dopotutto, Melae volant, faccinae manent! Ed è ciò che conta ^_^

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    6. Faccinae semper manent :D ;)

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  6. Bello!

    Grazie mille per il commento, CIAO!!!

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  7. Grazie anche per il commento di oggi :D

    CIAO!!!

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