venerdì 27 aprile 2012

Chi s’accontenta gode? (parte prima)

Chissà com’è che certe espressioni, infallibilmente, le trovo sempre sulla bocca di certe persone.
Chi s’accontenta gode.
Persone dalla vita stabile, certa, coraggiosamente edificata su solide fondamenta di paura della propria ombra. Per puntellare e confortare la rinuncia a tentare un qualcosa di non calcolato, di non prevedibile, ti dicono che “Chi s’accontenta gode”.
Sapersi accontentare, saper cogliere la positività in ogni frangente, saper vedere un bicchiere mezzo pieno, possono essere belle qualità. Aiutano anche a tirare avanti in certi momenti, veri espedienti psicologici di salvezza.
Io sono più le volte che ho saputo di quelle che ho dovuto accontentarmi. Son contento di avere la capacità di sapermi accontentare.
Ma resta un accontentarsi. Il godimento nulla ha da spartire col sapersi accontentare.
Gode solo chi osa farlo, come per il volo.
Godere è un’altra cosa. Godere è il bicchiere così pieno, al punto da tracimare e bagnare tutto intorno.
Chi s’accontenta più facilmente è felice, o, per dirla meglio, è meno esposto ai rischi di caduta nell’infelicità.
Ma non gode, perché godere è un orgasmo che va oltre il senso di felicità.
Non serve nemmeno provare a descriverlo un orgasmo esistenziale, intanto chi si accontenta non è mentalmente attrezzato per coglierne le sensazioni.
Accontentarsi può essere una scelta di buon senso, un limite dettato dalle circostante, un obbligo imposto. Non certo la via verso il godimento.
Se ad accontentarti arrivi a provare godimento, siamo nella sfera delle pulsioni psicofeticiste.
Il vero godimento esige il rifiuto della misura, il rigetto del “mi scopo la vita col coito interrotto”, dell'ansimo pacato e misurato.
Vale davvero quanto già detto da altri: chi s’accontenta gode, chi gode s’accontenta di più.
Purtroppo, per certe persone, il massimo godimento cui possano ambire è una risatina tisica, senza convinzione, senza incarnato, dalla quale hanno imparato a ritenersi appagati.
Davvero buon per loro se ne sono sinceramente convinti.
Per me, elevare la necessità a regola di edonistica virtù, ha in sé il germe del vizio, detto senza offesa per Epicuro o De Sade. Il vizio della pacatezza come massima aspirazione di piacere possibile.

K.

ps: i preziosi commenti a questo post hanno generato "Chi s'accontenta gode? (parte seconda)".

15 commenti:

  1. Per la prima volta condivido tutto, senza ma e senza se, anche la lunghezza del post è giusta, con pochi fronzoli ed elucubrazioni che distolgono l'attenzione dal tema.
    Vabbè ora non dire che mi sono accontentata altrimenti non aspetto altro che godere a provocarti :)

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    1. Certo che se non ci fossero i captcha da dover digitare...

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    2. Pensa che anche quelli erano corti e leggibili! Mah

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  2. Non è vero che "chi s'accontenta gode, così così"; penso che tutto dipenda dal grado di invidia di cui sei dotato.
    Io penso di avere praticamente tutti i difetti del mondo, ad eccezione dell'invidia e quindi non sono in grado di stabilire se mi sto accontentando oppure no.
    Se mi passa di fianco una supermacchina è sono invidioso del proprietario, certo che allora mi devo accontentare di quella che ho. Ma siccome a me della sua auto non me ne frega un beneamato ciuffolo ........ (e qui se vuoi torna la filosofia della "usociuffologia").

    Forse il vero godimento sta nella felicità; va e viene. Eppoi godere in continuazione alla lunga diventa un obbligo, uno sport e stufa pure, non trovi ?

    Un abbraccio.

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    1. Grazie Granduca, per aver introdotto un elemento strategico - l'invidia - che rende più completo il quadro. E l'esempio dell'auto va benissimo. Ambire al macchinone è cosa giusta per chi non si accontenta. Per chi non ambisce al macchinone, è cosa giusta la macchinina, nella quale ci si sente appagati (senza bisogno di sapersi accontentare, perché il paragone con il macchinone nemmeno sussiste). Mi piace poco chi invece rosica, invidiando chi ha il macchinone e, non potendolo avere per qualsivoglia ragione, si costruisce una morale di falsa modestia per convincersi che l'accontentarsi equivale al godimento, che la macchinina vale il macchinone.
      Se invidi il macchinone, sotto sotto, né ti accontenti né godi; rosichi soltanto, anche senza darlo a intendere.

      Mi trovi d'accordo anche sul buonumore che non può essere uno stato di perenne orgasmo. Non si può camminare sempre a quota ottomila. È bello toccare le vette ogni tanto, ma poi bisogna tornare a ossigenarsi a valle, che la smania di godimento perenne genera individui perennemente su di giri e schizzati.

      Abbracciamoci

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  3. Strano, è un pensiero che mi è passato proprio oggi per la testa mentre lavoravo. "Sapersi accontentare è una favoletta che raccontano ai bambini per non dirgli che non possono puntare troppo in alto, perché sono degli incapaci".
    Se poi teniamo conto che i grandi filosofi greci già prima della nascita di Coso avevano decretato che ogni uomo deve saper valutare le proprie capacità per poter mettere l'asticella dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, non troppo in alto per non relegarsi in una vita alla ricerca di qualcosa d'impossibile, se ne deduce:
    1) Io sono un cazzone (così, che non mi pare sbagliato)
    2) Come sempre le frasi fatte possono attaccarsi al cazzo perché vanno bene per uno sì e uno no.
    Se poi analizziamo di come noi umani siamo troppo schifosamente uguali da più di duemila anni forse anche le frasi fatte bah, basta.
    Ho già bevuto più di un litro e mezzo di birra a fine giornata lavorativa e mi sto divulgando troppo.
    PS
    ciao

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    1. Ah, eri un poco bevuto, mi pareva strano che ti fossi sbottonato in un commento così lungo.
      Come ho già detto nella risposta al Granduca (che con il termine "invidia" mi ha aiutato a mettere a fuoco la questione) non ne farei nemmeno una distinzione tra volare alto o basso, macchinone o macchinina.
      A qualunque quota, nel momento che una persona ragiona in termini di "accontentarsi", significa che ha in testa una quota di paragone più alta. Quindi, nel momento in cui si accontenta, ammette la mancanza di completo appagamento. A quel punto, con finta disinvoltura, dice di godere del sapersi accontentare. Poco credibile.

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    1. Gaudì, sempre Gaudì, fortissimamente Gaudì

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  5. Amici miei,
    concordo con tutto quello che avete scritto e lo faccio mio.
    Purtroppo però viviamo in un mondo in cui ci insegnano che anche per l'acquisto di uno shampoo non ci si deve accontentare, "perchè tu vali".
    Occorre avere la capacità di rispondere a questa gente con un sonoro "mavaffanculo", perchè altrimenti trascorrerai la vita sempre all'insegna dell'insoddisfazione. Anche per il balsamo.

    Un buon primo maggio a tutti, con allegato abbraccio.

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    1. Di nuovo grazie per il salutare shampoo alle consapevolezze assopite e imbambolate davanti ai bombardamenti neuropubblicitari.
      Considera che a ispirarmi questo post è stato un individuo che puntualmente ambisce al massimo appagamento del "perché tu vali", tutto attento alla migliore marca per il proprio benessere, mentre sulle faccende fondamentali e più incisive, gioca spesso il jolly bigotto-ribassista del "Chi s'accontenta gode": un modo elegante per salvare la faccia al suo senso di rinuncia e disimpegno di responsabilità, anche a costo di sacrificare il culo della dignità.
      Ma restando al tuo commento, applauso e auguri ricambiati.

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  6. Io non mi accontento mai, e questo sarà la mia rovina, caro K.

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    1. "qui giace un uomo che esalò l'ultimo orgasmo"

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